Centro antiviolenza provinciale L’Orecchio di Venere

Un posto dove posare i segreti

Una piccola stanza che raccoglie un numero interminabile di storie: il centro antiviolenza L’Orecchio di Venere è soprattutto questo. Uno spazio dove la tenda colorata alla finestra segna il confine tra quel che di brutto c’è fuori e quel che di confortevole c’è qui.
Qui dove la donna racconta di sé o sceglie di non raccontare ancora.

Ma intanto, dalla strada, ha superato il cancello, percorso l’ingresso pedonale, cercato la porta, infilato il corridoio e adesso è qui, magari saltando la sala d’attesa con le poltroncine rosse, seduta nella stanza dove c’è il sorriso di chi l’accoglie. Occhi rispettosi che, prima ancora delle parole, sanno spiegare in uno sguardo che in questo luogo non c’è giudizio, pregiudizio o condanna per chi arriva col proprio carico di solitudine e dolore.
Un orologio alla parete lascia intendere che anche fuori potrebbe esistere un tempo migliore.

E se non servissero le caramelle ad addolcire la paura, la tristezza o la vergogna, a portata di mano di chi cerca aiuto c’è una scatola di legno chiaro da cui tirare fuori fazzoletti di carta perché a volte il pianto è il primo linguaggio che racconta una storia.
Chi arriva all’Orecchio di Venere può dichiarare il proprio nome o accedere in forma anonima.

Può limitarsi a chiedere informazioni o esporre la propria situazione e cercare una soluzione.

 

Questo è un posto dove si possono posare i segreti“.

Elisa Chechile, responsabile dell’Orecchio di Venere.

 

Le operatrici spiegheranno alla donna quali servizi offre il centro, quali figure professionali sono a sua disposizione e che in qualsiasi percorso che deciderà di intraprendere non sarà lasciata sola, anche se, alla fine del colloquio, dirà che ha bisogno di tempo, che tornerà a casa, di non sentirsi ancora pronta a denunciare chi la maltratta o a separarsi da lui.
Valuteranno con lei il rischio di rientrare a casa, l’urgenza di ricorrere subito alle cure del Pronto Soccorso o la necessità di rivolgersi al medico di famiglia.
Le diranno che potrà tornare qui in qualsiasi momento, per altri colloqui, che tante volte l’allontanamento da casa va preparato, e le daranno informazioni sui servizi del territorio che potrebbero sostenere lei e i suoi figli.

Ma le spiegheranno chiaramente anche che la violenza è reato e che, se la vita è in pericolo, occorre mettersi in sicurezza, che ci sono strutture protette: il letto segreto o l’ “appartamento di sollievo” in cui trovare rifugio con i figli. Soluzioni concordate con le forze dell’ordine e condivise con altri enti (Servizi Sociali del Comune, Servizi socio-assistenziali del Cisa o del Cogesa, ecc.), per garantire il massimo della protezione.
Se invece la donna vuole denunciare le violenze subite, sarà indirizzata alla caserma dei Carabinieri o in Questura.

 

E’ importante sapere che i tempi per uscire dalla violenza non sono uguali per tutte le vittime, ogni caso è a sé. Ma anche che la violenza si nutre di tempo: troppo spesso chi non trova una soluzione può trovare la morte.

Nel 2017

750 telefonate ricevute, 250 accessi in sede di cui 91 nuovi casi rispetto al 2016. Nella gran parte dei casi le vittime segnalano episodi di violenza che si protraggono da molto tempo. L’utenza è per metà italiana e per metà straniera, nel 50 per cento dei casi con figli.