Piam (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti)

Libere dalla strada, libere dalla tratta

L’auto si ferma vicino a lei. “Ciao bella, come stai?”. L’approccio è easy.
La donna sul marciapiede sta lavorando, bisogna fare in fretta.
Non è l’auto che ci s’immaginerebbe.
E’ quella dell’Unità di strada del Piam che molte prostitute conoscono già e che le nuove ragazze scoprono per la prima volta. La mediatrice culturale, affiancata dall’autista, si presenta, distribuisce preservativi, spiega alla donna che, se vorrà sottoporsi ai controlli sanitari per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, l’accompagneranno in ospedale. Poi consegna un piccolo pieghevole multilingue, c’è anche il numero di telefono, e dice che tornerà il prossimo venerdì. “Ci vediamo, ciao”.
Passa attraverso parole semplici la lotta alla tratta: il Piam, associazione senza scopo di lucro, la fa da 18 anni. Ogni venerdì la macchina dell’Unità di strada percorre le strade della prostituzione, il pomeriggio le provinciali tra Asti e Alessandria, la notte quelle della città, dove le lucciole nigeriane e dell’Est sono sempre più giovani.

“L’età si abbassa. Nel 2000 la maggior parte di loro aveva tra i 23 e i 28 anni, oggi tra i 16 e i 24”.

Alberto Mossino, presidente del Piam.

Conquistare la loro fiducia è il primo passo per convincerle a beneficiare dell’assistenza sanitaria e, più avanti, per parlare dell’opportunità di lasciare la strada.
Dalle venti alle trenta donne ogni giorno si offrono ai clienti, in una lunga permanenza sui marciapiedi cittadini o sui cigli delle provinciali e della statali: le albanesi dalle 11 del mattino alle 2 di notte, le nigeriane costrette a turni che arrivano fino a sedici ore al giorno, quelle più giovani le più sfruttate in assoluto.
Vite sempre sottomesse, tante volte messe a rischio. L’elemento scatenante a far decidere di uscire dal racket dovuto quasi sempre a un’aggressione subita (anche stupri e rapine da parte di clienti spesso tossici o ubriachi, in parte stranieri) o una gravidanza. Poi ci sono le giovani convinte a smettere da clienti innamorati o da qualcuno disposto ad ascoltarle e aiutarle.

La prima volta per i volontari astigiani del Piam, diciotto anni fa, è stata con quattro di loro, decise a sparire tutte insieme dalla casa della mamam e dai viali di Torino. Le hanno nascoste in un altro mondo, nella campagna di Pino d’Asti dove crescono gli ulivi. Poi al Piam ne sono arrivate altre che hanno trovato ascolto nella sede di via Carducci e protezione secondo piani di fuga, pianificati con gli operatori sociali e le mediatrici culturali, o  all’improvviso per far fronte all’emergenza. Se in pericolo immediato, trasferite in altre città oppure accolte ad Asti da fuori.

Nel tempo la metodologia del Piam si è affinata e specializzata sulla prostituzione nigeriana.

Nel 2018

sono stati un migliaio i contatti operati dall’Unità di strada.
Una ventina le donne accompagnate alle Asl di Asti e Torino per accertamenti sanitari, 14 (tra cui due uomini, perché la riduzione in schiavitù o lo sfruttamento lavorativo non ha sesso) a cui il Piam ha garantito un’accoglienza residenziale protetta: tre di loro arrivate con i figli.

Dopo la scelta di ricominciare da zero, il futuro per le donne passa attraverso la formazione professionale (corsi interni all’associazione o organizzati dalle agenzie specializzate), tirocini lavorativi e, per chi ce la fa, un’occupazione. Nel 2018 per il 63% delle ragazze africane questo percorso si è concluso con un inserimento lavorativo, in particolare nell’ambito della ristorazione. Prestigioso il riconoscimento ottenuto con il laboratorio Terre di Monale, premiato dalla Fondazione Kennedy, che ha insegnato alle donne il mestiere di ceramiste, mentre in passato c’è chi è diventata sarta, parrucchiera o badante. Vite finalmente nuove.

A ispirare il Piam le parole di Franco Basaglia, padre della salute mentale senza manicomi: “Ci eravamo incamminati su una strada sconosciuta, lavorando per tentativi, senza modelli, senza certezze. E i progressi dei pazienti ci davano ragione”.

 

https://www.piamonlus.org/la-tratta