Lettere allo psicologo

Corrispondenza on line

per gentile concessione dell'autrice Simona Raverdino

per gentile concessione dell’autrice Simona Raverdino

Invia la tua lettera a psicologo@sos-donna.it
Risponde il dott. Pellegrino Delfino, psicologo, psicoterapeuta.
Iscritto all’Ordine Psicologi Piemonte 01/1358.

Prendere la vita nelle proprie mani

Le scrivo perché oggi è una di quelle giornate che non vorrei vivere.
Mi sono svegliata stamattina con la voce di mia mamma e mio papà che litigavano. Mi è salita un’angoscia che mi è restata per tutto il giorno. Ho mangiato a malapena. Sono tornata da tre settimane, ma non voglio vivere così. Mi sento male. Vorrei solo che si separassero. Mia madre ha un disturbo e mio padre la tratta male, però lei continua a stare con lui nonostante tutto. Non solo. Non riesce a mantenere un lavoro stabile. A 40 anni devi prendere la vita nelle tue mani e decidere come viverla. Quando litigano ho paura che mio padre le faccia male. A volte non esco per paura che questo succeda.
Sono andata in Erasmus per scappare da casa. Sono stati i mesi più belli della mia vita, ho vissuto serena, ho scoperto di avere delle passioni, ho conosciuto gente bellissima e ho conosciuto lui che mi ha fatto sentire al settimo cielo.
Mentre ero via, ho ricevuto chiamate e messaggi da entrambi i miei genitori ad ogni litigio, all’inizio ho cercato di essere presente per loro perché sono i miei genitori e meritano entrambi supporto. Mi risucchiano ogni energia, ma non riesco a non farmi coinvolgere, perché sento di essere egoista se non li aiuto. Sto impazzendo. Sto già pianificando di andarmene a gennaio a lavorare da qualche parte all’estero. Voglio ritrovare la mia pace.
A volte penso a quando io e mia sorella eravamo piccole. La vita in casa era spensierata. Eravamo felici e non lo sapevamo. O forse mia madre ha nascosto i soprusi che ha subito per non farcelo pesare. Era quindi una felicità fittizia? Cosa era vero e cosa non lo era? Che cos’è vero, adesso?
Lettera firmata

Gentile lettrice,
Lei si chiede cos’è che è vero. È vero innanzitutto che lei sta male.
Capire o solo intuire la psicopatogenesi del rapporto tra sua madre e suo padre è assai improbabile e, al momento, perfino disutile. Ho letto la sua lettera più volte e penso che l’inversione di ruolo che lei attua da anni sia da correggere quanto prima. Come pensa di aiutare i suoi genitori? Lei dice di sentirsi egoista se non perpetua quello che oggi è ormai uno schema fisso. I genitori stanno male, perché litigano, e aspettano che lei medi. E questo schema durerà fino a quando? Tocca a lei ridurlo o cambiarlo del tutto, sebbene questo la farà soffrire un po’. Lei potrà paradossalmente aiutare i suoi genitori quando romperà questo schema nel quale lei è irretita in modo monolitico.
Con l’Erasmus, lei ha avuto l’opportunità di conoscere un altro mondo, che ricorda un po’ Alice nel paese delle meraviglie. In questo nuovo universo, nel quale ha potuto estrinsecare i suoi vissuti potenziali, creativi e sentimentali, ha preso coscienza a piene mani che la sua vita può essere diversa.
Allora, la frase che lei dice a proposito di sua madre, quando appunto la sollecita a prendere la propria vita nelle sue mani, credo che si addica anche, e in questo momento soprattutto, a lei. Lo faccia!

Fronteggiare il futuro

Da quando ho memoria mi sono sempre impegnata nello studio, un po’ perché volevo dimostrare di essere capace, un po’ per i miei genitori, un po’ perché volevo essere all’altezza di mia sorella maggiore.
Tutto ciò è finito durante la prima quarantena dell’epidemia sanitaria: passavo ore e ore a non fare nulla, non mi preoccupavo di niente, cercavo di studiare ma non quanto era necessario. Sono una persona che soffre molto la monotonia, ma, nonostante ciò, non mi impegnavo minimante per rendere le mie giornate diverse durante il lockdown. E nel momento in cui potevamo uscire di nuovo dalle nostre abitazioni faticavo molto a lasciare casa mia, e ogni volta che ci tornavo tiravo un sospiro di sollievo nel chiudermi la porta alle spalle.
Da quando è ricominciata la scuola trovo molta difficoltà a studiare. Vorrei tornare a quel periodo in cui riuscivo a farlo, ma c’è qualcosa che mi blocca, che non mi lascia dare il meglio di me ed è una cosa che non posso accettare in questo momento per via della maturità e i vari test d’ingresso universitari. Sento la necessità di impegnarmi in ciò che devo fare, ma non ci riesco.
Ho paura che il mio bisogno di tornare a studiare come un tempo sia ostacolato forse dalla paura di fallire. Quasi ogni giorno mi dico che non riuscirò ad entrare alla facoltà di medicina, la mia massima aspirazione è diventare un medico, che non riuscirò a superare l’esame di maturità con il voto che vorrei, che non prenderò la patente e che non realizzerò i miei sogni. Temo che l’unico modo per poter evitare di fallire sia proprio fallire perché il fallimento ad un certo punto mi darebbe la carica per potermi dedicare agli obbiettivi con tutte le mie forze. Non so proprio cosa poter fare a riguardo e devo assolutamente trovare una soluzione, non perché devo essere la migliore o compiacere i miei genitori, ma soprattutto perché ho bisogno di dare il meglio di me per poter entrare all’università, lasciare casa mia e iniziare la mia vita.
Attendo una sua risposta e la ringrazio del suo tempo.
Lettera firmata

La quarantena, seppur necessaria, non poteva non produrre dal punto di vista psicologico forme di destabilizzazioni ovunque, sul lavoro, in famiglia, nelle scuole, nelle relazioni sentimentali e in tutti i consessi sociali, data la paura, l’inquietudine, l’insicurezza, l’aggressività tenuta a bada, gli stati depressivi e i collaterali pensieri ansiogeni circa il futuro.
Non è quindi casuale l’emersione di uno stato di monotonia e di scoramento sopraggiunto con l’inizio del confinamento.
Questo è stato, e continua ad essere, un fatto molto diffuso. Nel suo caso, lei dice che c’è qualcosa che la blocca per ripristinare quello stato in cui si vedeva attiva, impegnata e vincente.
Indi monotonia e disinvestimento…da qui la novità: una sorta di “profezia” di fallimento. Studiare e progettare il futuro è cosa lodevole, certo. Tuttavia, non basta. Lei non dice una parola sulla sua vita affettiva e/o sentimentale che sono cariche emozionali che spingono, quando va tutto bene, in ogni direzione.
Io vorrei però farla riflettere sulle ultime parole con le quali chiude la lettera: “…soprattutto ho bisogno di dare il meglio di me per poter entrare all’università, lasciare casa mia e iniziare la mia vita.”
Sta finendo il liceo, gentile lettrice, dunque la sua vita è iniziata da un bel po’.
La sua espressione che ho messo tra virgolette merita uno spazio maggiore tale da comprenderne il significato di fondo.

Voglio innamorarmi, perbacco!

Buongiorno dottore, mi rivolgo a lei in cerca di risposte.
Fin da piccola mi sono sempre caratterizzata per il carattere piuttosto estroverso, con le mie amiche e anche con i maschietti, e così è stato, fino a un paio di anni fa, quando ho attraversato un periodo complicato in cui mi sono molto chiusa in me stessa. Ora ho recuperato molto i rapporti con le mie amiche, non sono più “assente” quando sono con gli altri, eppure non riesco a innamorarmi.
Sto bene da sola, sempre di più con la pandemia ho imparato a bastarmi, a gestire il tempo in cui coltivo la mia indipendenza, ma ho 19 anni e a volte mi piacerebbe provare le “farfalle nello stomaco”, tipiche della giovinezza, aspettare con ansia il momento di vederlo, insomma mi piacerebbe innamorarmi.
Non ho ancora trovato davvero qualcuno che faccia al caso mio? Possibile che nessuno susciti in me un’emozione significativa oppure il problema sono io, incapace di aprirmi, di togliermi “la corazza”, rendermi vulnerabile e uscire dalla mia zona di confort? A volte mi convinco addirittura di avere altre priorità, di non avere tempo da dedicare a qualcuno e di tenere troppo alla mia indipendenza, ma sarà forse solo un modo per giustificare qualche paura repressa?
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione.
Lettera firmata

Lei desidera una mia risposta sulle farfalle nello stomaco che non sente, vorrebbe sapere la ragione per cui non avverte quello splendido trambusto e scombussolamento del cuore che batte a 120 battiti al minuto e della mente che va sulle montagne russe.
Lei si aspetta questo, ma non accade.
Lei vuole una risposta da me, mentre io gradirei ragguagli da lei circa quel periodo, come lei stessa dice, “complicato” nelle prossimità del suo diciassettesimo anno, che pare rappresentare una sorta di spartiacque tra il prima e il dopo.
Insomma, io non so nulla di quel tempo prezioso di cui invece dovrei poter sapere per comprendere se e in che misura può essere accaduto un qualcosa di psicologicamente significativo che potrebbe aver sbarrato la via che conduce a una apertura totale del proprio Sé che oggi a lei è negata.
Ciò detto, colgo l’occasione per informarla su di un fatto che val la pena sapere: più lei aspetta di sentire le farfalle e più non le sentirà. L’innamoramento non si cerca, accade e basta. Tra l’altro, le dirò che l’innamoramento non ha età. Cupido può lanciare il suo dardo a qualsiasi età e in qualsiasi momento! Non è un atto di volontà, del tipo “voglio innamorarmi e dunque mi innamoro!”.
No, nel modo più assoluto. Anzi le dirò, provocatoriamente e paradossalmente, che l’innamoramento è la conseguenza di un insuccesso della volontà e dell’attesa.
La smetta di aspettarselo… è più probabile che accada!

Esca dal sacco

Sono nata insicura, nella mia vita adolescenziale nulla è stato facile, mi sono sempre ritrovata ad essere la seconda scelta, la ragazza troppo buona con gli altri, tanto che questi se ne approfittavano. Sono stata usata troppo spesso.
Non mi sono mai piaciuta, ho sempre avuto gli occhi vuoti e il sorriso spento.
Sono tremendamente fragile, timida, insicura, vivo con la costante paura di essere sbagliata, di essere un peso per le persone che mi circondano.
Ho avuto la sfortuna di essere vittima di bullismo sin dalle elementari, ciò mi ha portato anche all’autodistruzione, all’autolesionismo per tre anni con successive ricadute.
Ancora oggi mi porto dietro insicurezze e la costante sensazione di essere sbagliata, di non saper mai cosa fare per paura di sbagliare. Non riesco a vedere molta bellezza in me, vedo unicamente tanta fragilità, sbalzi d’umore e la paura costante di non essere accettata, a livello caratteriale e fisico… troppo bassa, con qualche chilo in più, sbalzi d’umore, impulsività. Mi rinchiudo in camera, da sola, e inizio pianti isterici, dolore al petto come se avessi un peso, frequenti attacchi di panico e ansia per qualsiasi cosa io faccia o dica. Ho provato a scrivere su mille pagine di diario e poi bruciarle, come se questo potesse scacciare via tutti i brutti pensieri, ma non è servito, loro tornano sempre, mi sono gettata sul disegno, leggere nuovi libri… ma niente, nel momento in cui faccio qualcosa non ci penso, ma appena la termino loro tornano. Non mi lasciano mai.
Pensavo di aver iniziato ad accettarmi e ad amare me stessa. Ma niente. Per l’ennesima volta nella mia vita ho fallito.
Cosa posso fare per questa parte del mio carattere così distruttiva?
Vorrei riuscire a star bene con me stessa e con gli altri, evitare certi atteggiamenti che possono essere fraintesi se non si conosce il mio passato, sentirmi meno sbagliata e odiare meno me stessa.
Lettera firmata

Ho letto più volte la sua lettera, così carica di sofferenza e depauperamento delle sue energie vitali. Autolesionismo e odio verso se stessa, disistima e nullificazione di sé… misconoscenza totale della psicopatogenesi ossia delle ragioni profonde del suo malessere che le impedisce di esplorare le sue capacità potenziali, giacché coperte da una coltre nero pece che rende difficili le relazioni col mondo dal quale si sente non voluta, giudicata e sopraffatta.
Dopo qualche fase di recupero di sé, ecco di nuovo immersa nella delusione, in un pessimismo a oltranza, in uno stato depressogeno e di ansia puntuale come pure di un altrettale puntuale stress che logora le sue già esigue forze e che al tempo stesso costituiscono elementi causativi delle sue condotte autolesive.
Certamente si sente sola in questo universo di immane sofferenza e che per questo la paralizza cosicché non sa proprio che fare. Le consiglio, appena può, di condividere tutto questo, per un breve tratto di vita, con uno psicoterapeuta, col quale individuare taluni suoi “buchi neri” che trattengono ingorgata chissà quanta energia, dalla quale, una volta liberata, lei potrà imparare a leggere altra versione di sé che le sarà indispensabile per una nuova comunicazione con sé stessa e col mondo.
Lei sta chiedendo aiuto e questo è un sano segno che lei, per quanto dispersa nel vuoto e nell’angoscia dell’impotenza, è disposta a porgere la mano e farsi guidare per strade che hanno chiarità nuova, perché le consentono di guardare in faccia questa parte di sé a lei sconosciuta e che la spinge, a tutt’oggi, in un sacco dove seguita ad arrotolarsi su se stessa e a farsi del male.
Coraggio, gentile lettrice, questo è il momento buono. Le faccio tanti auguri e, se vuole, mi dia ancora sue notizie.

Il mio futuro è nero

Mi rivolgo a lei, come specialista, nella speranza di riuscire a decifrare al meglio uno dei problemi sul quale la mia vita sta ponendo le fondamenta.
Penso spesso al mio futuro e mi spaventa. A volte mi sembra di percepire il carico di responsabilità e di sofferenza che dovrò affrontare per una situazione familiare che a sedici anni mi permette di visualizzare un futuro scritto fin dalla mia nascita.
Mia sorella ha 24 anni e convive con una distrofia muscolare fin da piccolissima. I miei genitori hanno aspettato nove anni prima di mettere al mondo un altro figlio poi sono arrivata io, la figlia perfetta che è riuscita ad alleviare quella che continua ad essere una grande sofferenza. Ho dovuto crescere in fretta. Ho dovuto non pesare sulla mia famiglia. Ho dovuto assumermi un carico di sofferenza che mi accompagnerà tutta la vita.
Più cresco, più metto a fuoco cosa mi riserveranno gli anni futuri. In verità mi rendo conto che non c’è soluzione, però vorrei che lei mi aiutasse per cambiare il modo pessimista che ho di vedere le cose.
Lettera firmata

In questo protratto periodo di confinamento e dunque di convivenza forzata, emozioni e sentimenti sommersi tenuti a bada inconsciamente emergono gradualmente o del tutto subitaneamente con grande ansia e stupore di quelli stessi che li provano.
Nelle relazioni sentimentali e soprattutto quelle che perdurano nel tempo, le parti ostili (che abbiamo tutti) vengono rimosse, silenziate, lasciando così il predominio all’affetto, alla comprensione. Questo accade di norma. Ripeto: di norma!
Non più in stato, per così dire, di “cattività”, cioè quando due conviventi, sia pure per circostanze emergenziali relative alla salute pubblica, sono imbullonati a vivere ventiquattro su ventiquattro in “gabbia” per lunghi periodi.
Le tante ore di distacco per lavoro, lo stare lontani per un bel po’ nel corso della giornata è salutare, poiché ciascuno vive un mondo di cose e di avvenimenti che, per quanto possa essere faticoso, ha il merito di non rimanere incistato in casa col partner, con i figli (non potendo più girarsi altrove). Se, nonostante il confinamento, continua a predominare l’affetto vuol dire che le parti rimosse (ostilità e aggressività) sono ben tenute impalpabili da qualche parte. In questi casi, può insorgere un disappunto, un broncio che prima non c’era, uno sbuffo in più, un’insofferenza episodica, un fastidio. Roba di poco conto.
Ma se la temperatura sentimentale dei due partner era già ridotta all’osso, allora col confinamento e col fiato corto, ciò che era sommerso, irrompe in tutta la sua ampiezza, con la forza di un uragano.
A quello che lei mi chiede nell’ultima frase, rispondo che è doloroso trovarsi davanti un modello genitoriale che oggi non è quello che era abituata a vivere. Si tratta ora di fare i conti con qualcosa che dava per scontato, che non aveva mai messo in dubbio.
Non credo che la sua paura possa avverarsi.
Lei è cosciente del suo dolore. E il dolore fa crescere, perché ci pone in condizioni di riflettere, e riflettere significa comprendere, e comprendere vuol dire diventare grandi, adulti.

"Libertà", per gentile concessione dell'autrice Virginia Roberto
"Libertà", per gentile concessione dell'autrice Virginia Roberto