Le storie di SOS donna

QUEI FEMMINICIDI
CHE NON MI HANNO FATTO
DORMIRE LA NOTTE
DANIELA CAMPASSO:
QUANDO L’IMPEGNO
CONTRO LA VIOLENZA
DI GENERE
VA OLTRE LE ORE
PASSATE AL LAVORO
Daniela Campasso e le ragazze
Daniela Campasso e le ragazze

Le chiedo prima di cominciare: poliziotta o poliziotto?
“Poliziotta” risponde, senza dubbio.
Mi fa ricordare un passaggio del libro “La mia parola contro la sua” di Paola Di Nicola, giudice penale: “Cari uomini, vi chiedo di usare le parole al femminile perché anche se so bene che per voi non è importante per stimarci e apprezzarci, per noi lo è perché ci fa esistere e prendere forma in un silenzio durato millenni”.
Daniela Campasso, poliziotta in pensione, laurea in Giurisprudenza, in divisa la prima volta a 26 anni come vicecommissario, ha una gentilezza che viene da lontano e una tenacia che spaccherebbe i sassi.
Ho partecipato al suo brindisi di congedo, in Questura ad Asti, due anni fa, ed eravamo tutti commossi. Da quel momento è andata e venuta, un po’ dappertutto, base a Novi Ligure, dove ha casa, ma poi privilegiando la scelta del volontariato, missioni in Burundi e sostegno ai pazienti oncologici. Gira l’Italia a ritrovare colleghi di lavoro e accoglie inviti a parlare sulla violenza di genere, di cui si è occupata in prima persona anche ad Asti come responsabile della Divisione Anticrimine per sette anni, dal 2015 al 2022.

 

Accetta anche il mio invito per questa intervista.
Porta con sé molte cose. Ha sistemato in un trolley documenti e fotografie, un pezzo importante della sua vita professionale che racconta soprattutto come quello della violenza di genere non sia stato, per lei, un problema solo di lavoro: articoli di stampa, relazioni, questionari, statistiche, casi giudiziari, normative a partire dal Codice Rosso.

 

Il tuo impegno contro la violenza sulle donne è persistente e solido. Qual è il caso che non ti ha fatto dormire la notte?

 

Sono due in realtà, collegati al nome di uno stesso uomo, Luca Delfino. Erano gli anni in cui dirigevo la Polizia Scientifica di Genova. Luciana Biggi è stata ritrovata di notte, sgozzata in un vicolo, il 28 aprile 2006. Un anno dopo è toccato a Antonella Multari, accoltellata per strada, in pieno giorno a Sanremo, dal fidanzato Luca Delfino, sospettato anche della morte della ex Luciana Biggi a Genova. Fino a qualche ora prima dell’omicidio li avevano visti girare insieme, bere e litigare: ma in vico San Bernardo non c’erano telecamere e nemmeno testimoni diretti. Per l’omicidio Multari Delfino ha avuto 16 anni e 8 mesi, per il caso Biggi è stato indagato a piede libero. Non sono state trovate prove, solo elementi indiziari considerati tali anche in sede processuale. Due casi che mi hanno segnata, nel bene e nel male.

Nei vicoli di Genova dopo l'omicidio Biggi
Nei vicoli di Genova dopo l'omicidio Biggi
Studio dei reperti al computer
Studio dei reperti al computer

Nel male si capisce, a partire dalla tragica coincidenza di due donne uccise che avevano avuto lo stesso uomo. Ma nel bene?

 

La notte in cui Luciana Biggi è stata trovata morta ero in ferie, sono intervenuta dal mattino seguente. Ho esaminato il vicolo, le vie limitrofe, ricostruito la scena ipotizzando un solo aggressore o anche più di uno, le modalità dell’assalto, la possibile arma del delitto sulla base della lesività osservata in autopsia, ispezionato i vestiti di lei e (solo successivamente) quelli di Delfino, controllato tutte le telecamere dei vicoli, ricostruito i loro movimenti finché non sono entrati, separatamente, in zona d’ombra.
Ma la notte dell’omicidio l’accesso dei soccorritori e delle forze dell’ordine nel vicolo ha inquinato terribilmente la scena del crimine. Si sono perse prove importanti, in più gli strumenti di rilevazione delle impronte o per l’analisi del sangue non erano così tecnologici come quelli su cui possiamo da tempo contare. Quell’esperienza ci ha messi alla prova e indicato la strada da percorrere: incaricata dalla Procura, ho incominciato a tenere lezioni a soccorritori, medici, magistrati su come intervenire correttamente sulla scena del crimine. Per le forze dell’ordine ho continuato a farlo per anni, fino alla pensione.

 

Ci fu, allora, anche una polemica molto feroce tra il capo della Mobile di Genova e il pubblico ministero, il primo convinto che Delfino dovesse essere arrestato dopo l’omicidio Biggi, il secondo sottolineando che non c’erano sufficienti prove nelle relazioni della polizia per fermarlo. Che riflessione possiamo invece fare sulle vittime?

 

Entrambe hanno subito comportamenti vessatori. Dopo la morte di Luciana Biggi, Delfino, mosso da una gelosia ossessiva, rimette in atto condotte persecutorie che lo porteranno all’omicidio di Antonella Multari. Mi sono chiesta spesso: come è possibile che un uomo così riesca a suscitare in una donna sentimenti positivi da portarla a frequentarlo, accoglierlo in casa, in una relazione tossica fatta di paura, rotture e riconciliazioni?

 

Come è possibile? Non è stato l’unico caso del genere di cui ti sei occupata.

Scritta sul muro ad Asti
Scritta sul muro ad Asti
Stanza delle donne e dei bambini in Questura
Stanza delle donne e dei bambini in Questura

E’ vero. La storia di Anna, per esempio, raccontata in un video che abbiamo girato ad Asti: lei vissuta in una famiglia strutturata, lui orfano, uscito dal riformatorio… la stava quasi ammazzando di botte: ce n’è stato abbastanza per mandarlo in carcere prima del processo.
Come è possibile?, mi chiedi. Intanto perché la donna, anche dopo tanto tempo, conserva ricordi buoni sull’inizio della relazione e sull’innamoramento tra lei e il suo partner. Quando iniziano gli episodi di violenza pensa che siano fatti episodici, che magari passeranno, intanto lui tira fuori le solite scuse, è in crisi, è frustrato perché non ha lavoro, sono le sostanze tossiche che lo trasformano, ecc. ecc. e lei lo giustifica pensando: “Io nella vita sono stata più fortunata di lui…”.

 

Cosa ti verrebbe da dire a queste donne?

Dopo un'operazione di polizia
Dopo un'operazione di polizia
In ufficio con gli studenti del Monti
In ufficio con gli studenti del Monti

Intanto vorrei dire qualcosa alle persone che stanno intorno a loro: genitori, amiche, vicini di casa, colleghi di lavoro, medici di famiglia: “Fate qualcosa, possibile che non vediate?”. So che non è sempre così: i genitori di Antonella Multari hanno fatto di tutto per proteggere la figlia dal suo omicida.
Poi, certo, il passo decisivo spetta alla vittima Dobbiamo spiegare alle donne maltrattate, e qui rivestono una grossa importanza le campagne informative, che se non se la sentono non è necessario fare subito denuncia per proteggersi: magari quella decisione verrà dopo. Ma è importantissimo chiedere aiuto e andare al centro antiviolenza dove troveranno operatori qualificati: la psicologa, l’avvocato, le volontarie la ascolteranno e le consiglieranno la strada da percorrere, le precauzioni da prendere. Insieme ritaglieranno “il vestito” più adatto a lei.

 

Hai sempre insistito sul tenere un diario segreto… 

 

Assolutamente sì, le vittime spesso dimenticano i singoli episodi di maltrattamento subiti o le frasi che le hanno umiliate. A volte non li ritengono importanti, ma la poliziotta o il magistrato che li leggono li valutano in un altro modo: possono diventare prove. Scrivere ciò che succede, volta per volta, aiuta a dare consistenza al problema.

 

Qualche altro consiglio?

Mai andare all’appuntamento per l’ultimo chiarimento, mai sottovalutare chi hai davanti, mai pensare che il tuo amore lo cambierà. Mettere in atto tutti gli accorgimenti per proteggersi, anche quando ti sei già allontanata da lui. Per esempio: se sei in una casa rifugio, non gli dici dove ti trovi, non rispondi alle sue telefonate, ti rifiuti di uscire perché lui insiste nel volerti dire ancora qualcosa. Nella realtà accade anche questo. La non coerenza della vittima fa il gioco del maltrattante e del suo avvocato difensore al processo.

 

Troppo spesso ci dimentichiamo che, se la violenza è in famiglia, ci sono i figli che vi assistono.

 

Ci sono donne che decidono di denunciare l’uomo che le maltratta proprio per proteggere i bambini, e spesso è una scelta che maturano da sole. Altre volte, di fronte al ripetersi degli episodi di maltrattamento e alle incertezze della vittima, mi è capitato di dire alla donna: “Fallo per lui/lei! Hanno diritto a crescere sereni, non farli venire su fragili. Ricordati che tuo figlio, se continuerà ad assistere alle violenze, quando sarà adolescente potrebbe iniziare a picchiarti, ti insulterà come fa suo padre. I bambini sono dei perfetti emulatori”.
E non dimentichiamo che una parte degli uomini che maltrattano o uccidono le donne hanno assistito a episodi di violenza quando erano bambini o ne sono stati vittime dirette.

 

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha dato la sveglia, accendendo l’attenzione dell’opinione pubblica sulla violenza di genere.

 

I giovani si sono identificati in lei, l’hanno percepita come una di loro.

 

Spesso le cronache giornalistiche sottolineano i perduranti silenzi delle vittime di fronte alle violenze, ma il Codice Rosso non sempre viene applicato puntualmente dopo che la donna denuncia. Ci sono stati casi, finiti in femminicidio, in cui i braccialetti elettronici non hanno funzionato. Ancora oggi succede che il personale delle forze dell’ordine, il magistrato, l’avvocato rivolgano alla donna domande gravate dal pregiudizio.

 

Togliersi la forma mentale che hai non dipende soltanto dall’aver studiato o no: vale per tutti, anche per chi si occupa di violenza di genere. Ne ho parlato con gli studenti di un liceo scientifico. Poiché non volevo rischiare di sentirmi dire quello che hai appena detto, li ho prevenuti. Non volevo fare la bella lezione. Ho fatto qualche esempio di affermazioni che non bisognerebbe mai pronunciare con la vittima: “Come eri vestita? Con l’ombelico fuori, immagino”, “Che ora era? Posso pensare non prima delle 4”. Poi ho detto ai ragazzi: “Se vi dicono queste cose incazzatevi e dite che oggi avete conosciuto me”. Quando hai 62 anni, hai finito il tuo lavoro e sei in pensione, puoi permetterti di dirlo.

 

Nostalgia della divisa, per una come te che dalle amichette delle elementari riceveva cartoline intestate “alla poliziotta Daniela Campasso?”.

 

Quella la porti dentro, non la lasci mai.

Dall’archivio personale: con il capo della polizia Gabrielli, un attimo di pausa, felice in Burundi

E’ per questo che continui a fare informazione sulla violenza di genere?

 

Vado dove mi chiamano, è un onore per me.

 

Per ricordare Giulia Cecchettin a un anno dal femminicidio gli studenti universitari di Padova hanno proposto un minuto di rumore in ogni classe, ma il preside di un liceo ha risposto che preferiva il silenzio. Cos’è meglio per te? Rumore o silenzio?

 

Parlare. Lavoriamo prima che la violenza accada o quando sta iniziando ad accadere perché poi ci troveremo a mettere solo delle pezze.

Laura Nosenzo

Asti, 3 dicembre 2024