Le storie di SOS donna

IL CORAGGIO
HA LA PELLE NERA
FATIMA E IKA:
RACCONTARE
IL DRAMMA DELLA TRATTA
PER CREARE
CONSAPEVOLEZZA
Ika Nuhu, a sinistra, e la mamma Fatima Issah
Ika Nuhu, a sinistra, e la mamma Fatima Issah

Incredibile, sì, solo a pensarci.
Quando Fatima è ormai pronta a dimenticare, Ika le chiede: “Mamma, vieni a raccontare la tua storia di vittima di tratta nella mia classe?”. Lei non sa dirle no.
Un giorno oltrepassa la soglia dell’Istituto Castigliano di Asti e si trova addosso gli sguardi di una trentina di diciassettenni sconosciuti. Si posa su di lei anche quello rassicurante di Ika: ce la fai.
Prende forza, il suo italiano un po’ impreciso ha toni carezzevoli e quasi subito, una dopo l’altra, le parole si mettono a spiegare, riaprendo una storia di inganno, dolore e coraggio, quella di essere caduta nella trappola dei trafficanti  che, appena arrivata in Italia, la destinano al marciapiede.
Ricordare è abitare una vita che non ha mai scelto. Eppure Fatima lo fa davanti a un’intera classe di ragazzi perché Ika glielo chiede. Comincia a raccontare per amore di sua figlia. E’ il 2019 e da quel momento non si fermerà più, centinaia di giovani conosceranno la sua storia e si commuoveranno con lei.

 

La ripercorriamo insieme, adesso, questa storia. Che poi, in realtà, le storie sono tre: quella di Fatima Issah in Italia, quella di Iqamat Nuhu, detta Ika, in Ghana, e quella di tutte e due finalmente insieme ad Asti. Riavvolgiamo tutto dall’inizio e partiamo dal 2007.

 

Ika: A un certo punto la mamma non c’è più. Sono molto piccola, ho appena cinque anni, e quello che capisco, e che conservo come ricordo, è che è andata a lavorare lontano. Forse me lo spiega mia zia Lardi, sorella di mio padre, Alhassan Jango, che fa il poliziotto fuori dal Ghana. Io e mio fratello Chibsa, che all’epoca ha dieci anni, veniamo affidati alla zia, abitiamo ad Accra, la capitale.

Non ti senti abbandonata?
Ika: La mamma mi manca, ma no, sento che non mi ha dimenticata. Dopo un periodo di silenzio, cominciamo a parlare al telefono.

 

Fatima: Prima di partire, convinta di andare in Italia a fare l’agente di polizia penitenziaria (lo stesso mestiere che faccio in Ghana), per guadagnare di più e mandare i soldi a casa, spiego: “Mamma va via, ma poi torna”. Poi succede quello che non avrei potuto prevedere. L’inganno, la casa della maman a Torino, il trauma del marciapiede ad Asti, il coraggio di fuggire. Aiutata e protetta dal Piam, accolta in comunità dove ci sono altre vittime di tratta. Imparo l’italiano. Dopo sei mesi, con i soldi messi da parte, riesco a comprare un telefono e chiamo i miei figli.

Viale Don Bianco, dove Fatima avrebbe dovuto “lavorare”, e l’aiuola di via Gerbi dove si è nascosta dopo essere scappata

Ika: Lei piange spesso e dice: “Vorrei che foste con me”. Noi: “Allora perché non vieni a prenderci?”. E sentiamo i suoi pianti.

 

Fatima: Spiego che un giorno succederà, che per riunirci in Italia ci sono dei documenti da fare e dei tempi da rispettare. Ika frequenta la materna, Chibsa le elementari e ha qualche problema di rendimento. Lo incito: “Studia!”. Ma ha difficoltà soprattutto perché io manco: lo so e maturo un grande senso di colpa verso di loro.

 

Ika: Intanto cresco e, a poco a poco, capisco meglio dove sta la mamma. Ho compagni di scuola i cui genitori sono emigrati in Europa in cerca di lavoro, mi sento in sintonia con loro, ci scambiamo i racconti. La mamma manda soldi per il nostro mantenimento, vestiti, qualche regalo.

 

Quanto tempo deve passare prima di rivedervi?

 

Fatima: Quattro lunghissimi anni. Quando arriverò, voglio che sia una sorpresa per tutti. Telefono da Asti a zia Lardi: “C’è una mia amica che torna in Ghana per fermarsi un po’: puoi ospitarla?”. Dice sì. L’amica sono io! Arrivo in taxi, con tre valigie. Mi corre incontro una bambina, Ika, non mi lascia il tempo di uscire dalla macchina e si sistema sulle mie ginocchia. Mi guarda, mi studia e corre via.

 

Ika. Non la riconosco. La mia mamma aveva i denti davanti separati, adesso non lo sono più. Le chiedo: “Dov’è il buco?”. Scendo dalle sue ginocchia e torno verso casa.

 

Fatima: “Sono io, la mamma!” le dico. Ho il cuore rotto dall’emozione e il buco in bocca cancellato dalle cure dentarie. Chibsa è a scuola, quindi il primo impatto, non proprio riuscito, è con Ika. Avevo pensato che sarebbe stata una bella sorpresa per tutti…
La mia voce, però, le è familiare: ci ritroviamo. Sto un mese e mezzo con i miei figli, Ika si rifiuta di andare a scuola, non mi lascia mai.

 

Ika: E’ più importante stare con lei.

 

Fatima: Condivido tutto con loro, anche il racconto di un intervento chirurgico e una malattia che sto cercando di curare. Sanno tutto di me, li rassicura che la procedura per il ricongiungimento familiare sia in corso. Solo su una cosa taccio, che sono stata vittima di tratta.

Fatima in classe all'Istituto Monti nel 2020
Fatima in classe all'Istituto Monti nel 2020

Quando e perché glielo racconti?

 

Fatima: Il 2011 è un anno importante: rivedo per la prima volta Ika e Chibsa in Ghana e dopo pochi mesi mi raggiungono in Italia. Finalmente siamo insieme! Riesco a mantenerli perché il Piam mi aumenta le ore di lavoro come mediatrice culturale e la paga fa fronte ai bisogni. Altre persone mi regalano i mobili per arredare un piccolo alloggio, la nostra prima casa ad Asti.
Spesso Ika e Chibsa vengono in comunità e vedono che aiuto le donne immigrate, quasi tutte nigeriane. Giocano con i loro figli. Una sera, mentre mangiamo, partendo dalla vicenda di una bambina cinese, spiego chi sono quelle ragazze che aiuto e perché sono state messe sul marciapiede: “Sono venute in Italia con la promessa di un lavoro, ma poi sono finite sulla strada: proprio come è successo a me”.

 

Ika: All’inizio non capisco bene il discorso, a cosa si riferisce…

 

Fatima: “Credevo di venire a fare la guardia carceraria, ma volevano che facessi la prostituta – aggiungo – Però, credetemi, sono stata fortunata: lo stesso giorno che mi hanno costretta sulla strada sono riuscita a scappare. Ci sono donne che non ce la fanno, che non hanno avuto il mio coraggio”.

 

Ika: La mia reazione è di stupore, rabbia no… Anche se per tanto tempo ce lo ha tenuto nascosto, capisco che il fatto positivo è sapere che la mamma si è salvata, che è una persona speciale…

 

E’ per questo che le chiedi di raccontare la sua storia a scuola?

 

Ika: Mi sembra importante farlo. Frequento la quarta superiore al Castigliano, indirizzo socio-sanitario, ho diciassette anni. Stiamo facendo un progetto sull’emigrazione e costituiamo in classe dei piccoli gruppi, ognuno dei quali dovrà proporre un tema con un taglio nuovo, originale, da trattare tutti insieme. Penso alla mamma che, attraverso la sua esperienza personale, potrebbe farci comprendere meglio il problema della tratta degli esseri umani.

A scuola si studia la tratta
A scuola si studia la tratta
Un sogno da psicologa e criminologa nel cassetto
Un sogno da psicologa e criminologa nel cassetto

Perché accetti? Non deve essere stato facile.

 

Fatima: I giovani devono sapere cosa succede nel mondo, cosa c’è dietro alla tratta, chi sono gli immigrati che vivono nelle nostre città, quali sono le cause che li costringono a partire e che cos’è lo sfruttamento. Il mio esempio personale può aiutarli a capire. Anche se mi costa fatica, sento che la mia testimonianza può essere utile e che Ika ha pensato la cosa giusta.

 

Ika: In classe la mamma spiega, racconta… I miei compagni ascoltano, alla fine nessuno fa domande, sono molto impressionati. Non avrebbero mai immaginato. Davanti alla mamma non dicono nulla, ma dall’intervallo in poi, per il resto della giornata, ne discutiamo insieme.

 

Fatima: Adesso che ho soddisfatto la richiesta di Ika, penso di riporre la mia storia di vittima di tratta nuovamente dentro di me. Invece, poco dopo, la professoressa Elisa Sardi mi invita a parlare nuovamente al Castigliano. Poi mi chiamano al Monti, entro nel Progetto SOS donna, e mi siedo davanti a tanti altri ragazzi.

Il messaggio ai giovani di tua mamma è chiaro. Qual è il tuo?

 

Ika: E’ importante testimoniare, proteggere e difendere  la propria identità. Anche quando ti succede qualcosa di brutto non bisogna mai vergognarsi.

Laura Nosenzo

Asti, 30 settembre 2024