Le storie di SOS donna

UNA VIA DI ASTI
PER SAADIA
E LE VITTIME
DI FEMMINICIDIO
PER UNA TOPONOMASTICA
AL FEMMINILE
CONTRO LA DIMENTICANZA
E L’INDIFFERENZA
Carmela e Giovanni Boccia
Carmela e Giovanni Boccia

Una vita spezzata, un albero seccato e adesso un desiderio forte per fare uscire il suo nome dal buio della dimenticanza: “Dedichiamo una via di Asti a Saadia”.
Saadia e i colori che si metteva addosso, il velo sempre intonato col resto dell’abbigliamento per essere pronta ad accogliere, in ogni momento, ciò che il suo nome arabo portava con sé: speranza di successo e buona fortuna. Ma di fortuna non ne ha avuta e se anche aveva qualche speranza non ha fatto in tempo a disporne: è morta prima, uccisa dal marito col coltello da cucina, di quelli che, nel tempo, altri uomini hanno usato per recidere la vita delle donne.
Era il 9 ottobre 2017 ad Asti, il suo corpo sul balcone grondava sangue che gocciolava sulla strada, il marito in giro per la città dopo essersi cambiato gli abiti, e in via Montebruno, a chiedere notizie ai carabinieri, due fratelli che quella donna marocchina di 42 anni avevano conosciuto bene per essere stata la badante della madre. Lui, Giovanni Boccia, all’epoca presidente del Consiglio Comunale e oggi assessore in Municipio, lei, Carmela, che di Saadia conosceva qualcosa che altri non sapevano.

Perché intitolare una via a Saadia Hamoudi?

 

Giovanni: Perché era una brava persona, per creare un’attenzione permanente contro la violenza di genere, perché se cammini per Asti e c’è una strada che porta il suo nome sarà più difficile dimenticare ciò che accade in mezzo a noi, ciò che è successo o succederà ad altre donne, vicino o lontano da qui. Per dare un segnale preciso contro l’indifferenza. Ci vogliono almeno dieci anni dalla morte per intitolare una via, lo sappiamo: intanto convinciamoci tutti che è giusto farlo.

 

Carmela: Lei si faceva chiamare Saida. Per me era come una sorella, mi confidavo e ascoltavo i suoi consigli. Ma raccontava poco di sé. Le dicevo: “Mi raccomando non andare per le strade buie, fai attenzione, guardati da chi non conosci”. E’ morta in casa sua, per mano di uno che vedeva tutti i giorni.

Matrimonio combinato, si disse dopo l’omicidio, e voglia di indipendenza. Diciotto anni di carcere al marito violento. Avete mai sospettato che Saida subisse maltrattamenti?

 

Giovanni: Le sensazioni non fanno una prova. Un giorno, a casa di mamma Giuseppa, la sorprendo in un forte stato di disagio. Provo a capire: “Nana (così la chiamavo), non me la conti giusta, come va? Problemi a casa?”. Mi risponde: “Ma poi col tempo forse le cose si aggiustano…”.

Il matrimonio tra Saadia Hamoudi e Sallah El Ghabaoui
Il matrimonio tra Saadia Hamoudi e Sallah El Ghabaoui

Carmela: Allora non se ne parlava come oggi, ma ho capito con lei cos’è la violenza psicologica. Saida stava col marito al sesto piano dello stesso palazzo in cui abitavano la mamma, al primo, e Giovanni al quinto. Il marito di continuo le faceva uno squillo sul cellulare. Lei non rispondeva: “Sto lavorando” mi diceva, intenta a guardare la mamma. Ma si vedeva che quelle telefonate le pesavano.
Un giorno arrivo che sta piangendo: “Cosa è successo?”. “Niente… niente”. Mi mostra le scarpe: il marito gliele ha tagliate. E’ mercoledì, cerco almeno di riparare al torto che ha subito: “Tieni, ti presto le mie, vai a comprarne un paio al mercato”. La mamma abita in corso Einaudi, i banchi di piazza Campo del Palio sono a un passo, deve solo attraversare la strada.
Ma episodi precisi di violenza fisica non ne ha mai raccontati. Problemi di coppia sì, apparentemente niente di così grave che facesse pensare a come sarebbe finita. Pregava molto e mai che si lamentasse.

Una storia comune a tante altre vittime di femminicidio.

La storia di Saida tratta da "Un cielo che si tinge di rosa" (Scuola di Fumetto e Comune di Asti)
La storia di Saida tratta da "Un cielo che si tinge di rosa" (Scuola di Fumetto e Comune di Asti)

Giovanni: Qualche giorno prima di essere uccisa l’ho incontrata ai giardini pubblici. Ci siamo fermati a parlare. Aveva maturato la consapevolezza che il marito non fosse l’uomo giusto per lei. Ma era preoccupata. L’avevo lasciata con una raccomandazione: “Se hai bisogno, vai dalle mie sorelle, su di noi puoi sempre contare, lo sai”. La sua morte è arrivata al culmine di un litigio.
A quel tempo la mamma era mancata da quattro anni e Saida aveva cambiato casa, spostandosi col marito in via Montebruno. Negli anni in cui aveva lavorato a nostro servizio si era fatta apprezzare e ben volere da tutti, tanto che dopo la morte di mamma una signora, in condominio, l’aveva richiesta come badante e anche in ospedale in tanti si ricordavano di lei. I nostri contatti non si sono mai interrotti.

Carmela: La sua morte mi ha shoccata. Con tutti noi è stata amorevole, alla mamma ha riservato attenzioni e cure che solo una figlia può dare. Ci consola pensare che considerava la nostra casa anche la sua, lì veniva a trovarla un’amica marocchina che ha il suo stesso nome. Saida si trovava a suo agio con noi, alle nostre feste era una presenza fissa, conserviamo fotografie di quei momenti gioiosi insieme. Ed era sempre sorridente. Mi aveva confidato che desiderava avere dei figli. Ma ha avuto ben altro.

Il vostro ricordo privato di Saida in un’immagine: quale scegliete?

 

Giovanni: I suoi veli colorati, sempre accostati con gusto e cura ai vestiti, e le mani che poggiava come carezze rassicuranti sulla mamma.

 

Carmela: Dentro quei veli custodiva capelli neri lunghi e bellissimi che le arrivavano alla schiena. L’ho scoperto quando l’ho vista in camera mortuaria, arrivata al fondo della vita. Un ricordo che ancora adesso mi scuote.

Immagini di Saida dall’album della famiglia Boccia

Giovanni: Con la mamma era giunta a un grado di confidenza tale che credo potesse succedere che si levasse il velo quando stavano insieme. Una sera stavo rientrando a casa e Saida guardava fuori dalla finestra, la tendina scostata. Dalla strada ho intravisto un volto nuovo. Credo se ne sia accorta. Da quel momento ho preso l’abitudine, quando entravo in casa, di annunciarmi alla porta facendo rumore con le chiavi. Era molto pudica. Le scene d’amore o le pubblicità con i corpi troppo scoperti, in televisione, la imbarazzavano.

 

Carmela: Quando è arrivata a casa di mamma, alla fine del 2008, parlava pochissimo l’italiano. Nostro fratello Pasquale, che non c’è più, aveva preso a insegnarglielo con l’abbecedario. Lei si applicava con impegno, era lesta a imparare, ma anche dopo la sua pronuncia ha continuato a essere imprecisa: ci eravamo abituati a essere chiamati Carmella e Giovàni.

Che cosa vi ha dato Saida?

 

Carmela: Un carico di umanità che abbiamo cercato di ricambiare e che non è bastato a salvarla. E questa è una ferita che non si rimarginerà mai. In ogni momento l’abbiamo sentita parte della nostra famiglia. Quando la mamma è mancata abbiamo voluto regalarle gli orecchini d’oro dei cinquant’anni di matrimonio. “Mettili, se vuoi – le ho detto – ma se hai bisogno vendili”. L’ho pregata di accettarli. Li ha portati fino alla fine.

 

Giovanni: “Un anno dopo la sua morte abbiamo voluto piantare un albero, per ricordarla, in un’aiuola di via Madre Teresa di Calcutta. Abbiamo scelto un acero dai colori accesi, il verde, che era il suo preferito, e il rosso, quando viene l’autunno. Dopo un po’, però, è seccato. Una signora del quartiere ha deciso di metterne un altro a dimora. Un gesto di cui le siamo riconoscenti.

 

E adesso l’idea di dedicare una via a Saida.

 

Carmela: Il 9 ottobre, nella ricorrenza della morte, sul mio profilo FB pubblico un pensiero con la sua foto. Vedi qui? E’ il 2021 e scrivo: “Il tuo sorriso, la tua forza, la tua volontà e il tuo amore. Ti ricorderemo sempre”. Ma con Giovanni e Cristina, nostra sorella, vorremmo fare di più.

Cerimonia di messa a dimora dell'acero
Cerimonia di messa a dimora dell'acero
Un post nell'anniversario della morte
Un post nell'anniversario della morte

Giovanni: Qualcosa al di là del ricordo privato e dell’affetto che serbiamo per lei: abbiamo maturato col tempo questa convinzione. Potrebbe essere una consolazione anche per la sua famiglia. Una via che porta il nome di Saida sarebbe un richiamo inequivocabile contro la violenza sulle donne ma anche un messaggio sul valore dell’accoglienza e integrazione sociale. Saida, con il suo umile lavoro di badante, ha portato la luce nella nostra famiglia, come tante altre donne italiane e straniere fanno, tutti i giorni, nella nostra città.
Da tempo va maturando la consapevolezza che la toponomastica di Asti è ancora troppo avara con le donne. Camminando per Asti mi sono accorto che c’è una piccola via, in pieno centro, che ancora non è stata intitolata. Perché non pensare di dedicarla a Saida?

Laura Nosenzo

Asti, 31 ottobre 2024