Storia di una comunità protetta dove le donne, pur restando dentro, fanno di tutto per essere in mezzo agli altri, quelli che stanno fuori.
Si siedono al tavolo e disegnano, ritagliano la carta, incollano. Pezzi colorati che diventano cappelli inondati di fiori, scarpette rosse su cui scrivono “no alla costrizione”, borsette simbolo di femminilità. Ogni anno, per gli appuntamenti importanti, inventano qualcosa di diverso che sa di gentilezza, armonia: poi affidano gli oggetti a mani sicure affinché li portino fuori.
Dentro è la Comunità mamma-bambino Il Mughetto di Castello di Annone, le donne sono le vittime di violenza e fuori sono i paesi di Annone, Refrancore, Cerro e Rocchetta Tanaro, dove ci sono le panchine rosse, e anche tanti altri luoghi più lontani.
Gi appuntamenti importanti sono l’8 marzo, Festa della donna, e il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza di genere: per quegli eventi le ospiti del Mughetto fanno trovare pronti i loro lavori. Succede così che le scarpette rosse, leggere come la carta, dense di significato per il vissuto di chi le ha colorate, compaiano appese ai cancelli dei municipi e che vasi di carta crespa, con tulipani su cui sostano farfalle simbolo di libertà, circolino dove la gente si ritrova.
Ho incrociato il cappello a fiori a un 8 marzo di due anni fa, a Refrancore, e le scarpette rosse a un 25 novembre dell’anno scorso ad Annone. Sono rimasta sedotta dal loro mostrarsi, messaggeri silenziosi e urlanti insieme. La storia delle donne in protezione l’ho conservata per me, ripensando spesso al movimento delle loro mani. Donne dalla vita ferita e trafelata, ora rasserenata, che nell’attesa di tornare fuori per sempre mandano avanti la forza degli oggetti che le rappresentano.
Adesso oltrepasso il cancello della comunità per incontrare la responsabile Roberta Matteo, educatrice, aria soffice e idee chiare. La caffettiera è già pronta sul gas.
Per chi li guarda questi oggetti sono un’emozione. Quanto sono importanti per chi li fa?
Le donne accolte al Mughetto non raccontano subito e sempre il loro vissuto. Certo, sappiamo che hanno subito maltrattamenti e violenza, ma le vicende personali spesso restano un dolore intimo e vivo da conservare per sé. Sono donne che hanno denunciato i loro uomini e la cui permanenza in comunità deve restare nascosta per non essere individuate e raggiunte.
Non puoi restare indifferente quando dicono: io sono qui, sradicata dalla mia realtà, lontana dalla mia casa, e lui è fuori e continua a fare la vita che faceva prima, per lui nulla è cambiato. Qualche anno fa ho pensato che l’idea degli oggetti, del farli e donarli, avrebbe aiutato le donne a compiere un gesto utile per sé e per gli altri, incrinare le solitudini individuali, agire in gruppo, dire a voi: noi ci siamo, accorgetevi di noi.
Intuizione giusta?
Per le donne è stata ed è un’esperienza stimolante. Intorno al tavolo si sta insieme. Spesso quando creano le composizioni ci sono i figli, accanto a loro, che disegnano: perché questa è una comunità mamma-bambino, ci sono anche loro.
Portare gli oggetti fuori è un modo per essere presenti laddove si affrontano tematiche femminili che le ospiti hanno vissuto in prima persona ed è anche un’occasione per farsi riconoscere per quello che siamo: strutture che accolgono con l’obiettivo di prefigurare nuovi orizzonti. Il nostro ente gestore è L’Incontro, da cui dipendono questa comunità di Annone, Il Mughetto (tredici posti letto, nata nel 2018), e i gruppi appartamento La Coccinella (2015) e Il Gufetto (2016) di Refrancore, ognuno capace di accogliere fino a sei persone.
Una volta che le donne ce li consegnano, noi operatori diffondiamo gli oggetti in questi territori, dove i bambini, anch’essi in regime di protezione, vanno a scuola, ma anche molto più lontano, in tutti gli uffici dei servizi sociali di varie città e regioni da cui provengono le ospiti e il cui personale collabora con noi.
Dietro ai ritagli di carta che cosa c’è?
Pensieri e vicende personali. Apri uno spiraglio e la storia delle donne è come se ci s’infilasse: succede quando sentono che hanno una buona ragione per farlo. Per esempio è accaduto due anni fa con SOS donna: bambini e ragazzini di Annone, Refrancore e Rocchetta hanno ricevuto a scuola una fotografia, un viso femminile ripreso da un cartellone stradale, e sono stati invitati a immaginare che cosa stesse pensando quella donna. Anche le nostre ospiti hanno deciso di partecipare: non tutte, ma una buona parte sì. E quello che hanno scritto sapeva molto di loro. Le parole di Eleonora: “Secondo me questa immagine esprime una donna che ha paura, forse perché è stata maltrattata”. E di Stella: “Ogni donna dovrebbe guardare solo avanti, cercando di costruirsi dei progetti futuri, tralasciando il passato alle spalle. Il passato ti insegna tante cose, bisogna sempre avere quell’occhio di riguardo”.
Qui c’è scritto: “Al giorno d’oggi c’è troppa violenza sulle donne, molte spesso vivono con il terrore e purtroppo non sono libere di fare ciò che desiderano”. E anche: “Io penso che le donne debbano avere più libertà ed essere degne di vivere in pace e serenità”. C’è molto di autobiografico.
Sono espressioni che evocano angoscia, dolore, paura, ma anche voglia di vivere, di ricominciare una nuova vita con dignità e rispetto. E gli oggetti, una volta esposti, finiti gli eventi restano custoditi sulle scrivanie, alle pareti dei municipi, in case private, uffici. Come le storie, non vanno perduti.
Chi sono e da dove arrivano le donne?
Persone sole, mamme con figli piccoli, gestanti, per la maggior parte vittime di violenza e che, per questo, vivono sotto protezione. L’invio dei minori, spesso testimoni degli abusi in famiglia o essi stessi maltrattati, è regolato dalle disposizioni del Tribunale dei minorenni e sempre il nostro punto di riferimento per qualsiasi caso, sia che si tratti di donne che di bambini, sono gli operatori dei servizi sociali. Vivono qui ospiti italiane e straniere (africane per la maggior parte, bengalesi, peruviane), c’è chi è scappata dal partner e chi si è sottratta alla ferocia della tratta. Giungono da realtà al di fuori della nostra provincia, Genova, Torino, il Cuneese. La prima cosa che raccomandiamo, quando arrivano, è di non dire a nessuno dove si trovano per sottrarle al pericolo di essere individuate dal maltrattante, già raggiunto dal divieto di avvicinamento. E’ la prima regola che chiediamo di rispettare. Purtroppo succede che qualcuna, parlando con un familiare o un’amica, si lasci scappare dov’è.
Quanto dura la permanenza in comunità?
Mediamente due anni, con un percorso di sostegno e osservazione continua da parte della struttura, presidiata nelle 24 ore dal personale. Il momento dell’inserimento è particolarmente delicato, il più difficile, e il compito dell’équipe educativa è offrire sostegno emotivo e concreto alle donne e ai figli per accompagnarli nello svincolo dalla relazione violenta. Durante il loro percorso, che è sempre individuale, le ospiti vengono supportate nel recupero dell’autostima e della capacità di autodeterminazione, nella funzione genitoriale e nel reinserimento socio-lavorativo. Lavoriamo in rete con altre realtà del territorio, con il Cpia per esempio, dove alcune giovani ospiti seguono i corsi per imparare l’italiano o per conseguire la licenza di terza media. Altre sono coinvolte in corsi di formazione lavorativi per imparare un mestiere: c’è chi trova posto nel settore della ristorazione, chi in fabbrica o nel commercio. A chi ha bisogno di un sostegno psicologico assicuriamo la consulenza del centro antiviolenza Me.dea di Alessandria con cui collaboriamo da tempo e che mette a disposizione anche altre figure specialistiche.
Com’è la convivenza tra le donne?
Tra loro non parlano volentieri delle vicende per cui sono in comunità, anche se hanno storie comuni temono di essere giudicate. Per questo è importante costruire momenti di condivisione, come quelli legati alla creazione degli oggetti, quando è più facile aprirsi agli altri.
In cucina le vedo lavorare insieme…
Ci sono dei compiti da svolgere e regole da rispettare. Il tempo della permanenza in comunità, dove lavorano operatori molto motivati, aiuta le donne a superare la tendenza a essere ognuna per sé, ci sono modi diversi e modelli culturali differenti da mettere insieme o superare. Quando un’ospite va via l’emozione di lasciarsi determina una forte commozione in chi resta. Perché ogni donna che trova protezione in comunità ha sempre lo stesso obiettivo: tornare a casa.
Nello stesso luogo in cui ha subito violenza?
Purtroppo a volte scegliendo anche di tornare dall’uomo che ha abusato di lei. Non sempre il lavoro di autodeterminazione della donna raggiunge il risultato atteso: è un rischio che tutti i servizi e le strutture che operano con le vittime di violenza sanno di dover mettere in conto.
Contro la violenza a Refrancore: lettura di una poesia alla mostra “Non crederci!” e scritta di una visitatrice
Vivere in una comunità protetta significa perdere i legami affettivi?
No, vuol dire che genitori o parenti con cui si mantengono rapporti incontrano la donna al di fuori della struttura, è nostro compito adoperarci perché ciò avvenga in specifici luoghi riservati al di fuori del territorio della comunità. Anche i bambini del Mughetto, pur essendo stati allontanati dal padre maltrattante, possono incontrarlo, su autorizzazione del Tribunale, negli spazi neutri alla presenza dell’educatore del servizio sociale. E’ importante ricordare che il nostro lavoro dedica molta attenzione al benessere anche del bambino che, come la mamma, ha diritto di crescere in un ambiente tutelato e monitorato.
Che cosa significa in pratica?
Dei nostri piccoli ospiti seguiamo l’inserimento scolastico, li accompagniamo alle visite pediatriche o dalla logopedista, quando occorre dal neuropsichiatra infantile. La fase del gioco, abitudine non sempre presente tra le donne straniere nel rapporto con i figli, viene favorita dai nostri operatori e anche dai clown dal naso rosso inviati al Mughetto, una volta al mese, dall’Associazione L’Arte del sorriso: un’occasione importante di animazione e socializzazione.
Le donne, a seconda delle loro necessità, seguono anch’esse percorsi di accompagnamento individuale e personalizzato, comprese le udienze in tribunale al processo contro il loro maltrattante. Proponiamo attività da fare tutte insieme, uscite ritenute utili sul territorio: quando la mostra itinerante “Non crederci! Se lui ti tratta male e poi ti dice: non lo farò più…” è stata esposta da SOS donna ad Annone, abbiamo lanciato l’idea di andare a vederla. Ma hanno detto no, non se la sono sentita: ancora troppo aperta la ferita per non farla sanguinare… Noi operatori lavoriamo all’integrazione, ma i loro bisogni e tempi vanno rispettati.
E quando le donne terminano il percorso e lasciano la comunità? Ne perdete le tracce?
Non sempre. Poco tempo fa abbiamo ricevuto un messaggio con la foto di una bambina nata il mese prima: la mamma è stata con noi per tre anni. Quando è partita per la Francia l’abbiamo accompagnata al treno, alla stazione di Torino. Ogni tanto siamo noi che, col telefono di servizio, le chiamiamo per sapere come stanno, altre volte c’è chi manda messaggi o fotografie. Gioia e commozione.
Abbiamo parlato di regole, di cose da fare e di convivenza interna alla comunità. C’è invece qualche bella esperienza nata spontaneamente tra ospiti e abitanti di Annone e Refrancore?
Per fortuna sì, siamo in un territorio che mostra sensibilità e attenzione. Il sindaco di Annone, Silvia Ferraris, porta suo figlio in comunità a giocare con i nostri bambini. A Refrancore Roberta Volpato mantiene un filo diretto con noi ed è bello raccontare che il vicino di casa dei gruppi appartamento ci consegna spesso giocattoli usati. Ci sono poi le belle storie di donne refrancoresi che invitano a casa loro le donne della comunità per stare insieme e conoscersi. E ci sono famiglie che vanno a prendere i bambini dei gruppi appartamento per accompagnarli a giocare a calcio. Se potessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe che anche ad Annone si creassero storie di amicizie tra le famiglie e chi è accolto.
Ci lasciamo così, con Roberta Matteo, perché esprimere una speranza significa tornare a rivederci per dirsi, più avanti, se davvero si è avverata. Esco dalla grande sala alle cui finestre, a novembre, si appendono scarpette rosse di carta affinché i passanti fermino lo sguardo, il tempo di capire o di ricordare chi c’è nella grande casa gialla.
Le regole appese alle pareti, in lingua inglese, dicono fai del tuo meglio, sii grata, mantieni le tue promesse. I verbi, per avere più peso, sono coniugati all’infinito: dire sempre la verità, condividere, ridere forte. Sì, ridere.
Se potessi, scriverei sul muro del cortile, dove ci sono le rose, le parole di Anna Maria Ortese: “Stai sempre vicino a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, o un nuovo giorno”. Chiudo piano il cancello.
Laura Nosenzo
Castello di Annone, 29 maggio 2024